Mozione: salviamo l’allevamento ovicaprino in Ticino

15.3.2021 – Mozione: salviamo l’allevamento ovicaprino in Ticino

 

Premessa generale

Sono trascorsi quasi vent’anni dalla prima predazione da parte di un lupo in Ticino e da allora gli allevatori di bestiame minuto sono stati confrontati ogni anno con la morte di parecchi animali, con l’incertezza e l’ansia che ogni giorno possa succedere qualcosa, con la consapevolezza che animali al pascolo ed espansione dei grandi predatori sono due realtà inconciliabili e con la certezza che le misure di protezione proposte dalle autorità sono poco efficaci e in molti casi nemmeno applicabili.

D’altra parte in questi vent’anni il numero di lupi è fortemente aumentato sia in Ticino, ma soprattutto nelle regioni confinanti e questo non può che creare un senso collettivo di negatività che porta alla chiusura ogni anno di diverse aziende agricole soprattutto di montagna, poiché “il futuro sarà peggio del passato”.

La Confederazione e il Cantone hanno cercato di rispondere a questa problematica con diversi atti legislativi, con aiuti finanziari, con studi e approfondimenti vari; parecchi parlamentari hanno espresso in molte occasioni l’insoddisfazione per i risultati ottenuti e proposto modifiche legislative di diverso genere.

Dopo vent’anni di disagi, tensioni, avversità e di fronte a una situazione sempre più insoddisfacente da tutti i punti di vista, è quindi opportuno tracciare un quadro generale della problematica e cercare di proporre qualche soluzione nuova poiché questo rapido aumento della popolazione di lupi nelle zone di montagna aumenta ancora di più la pressione sull’agricoltura, l’economia alpestre e il turismo alpino. La situazione è già oggi così precaria e tesa, che gli alpeggi devono essere scaricati prematuramente o persino non caricati. La bocciatura della revisione della legge sulla caccia nella votazione popolare del settembre 2020 ha peggiorato ulteriormente la situazione. Il rischio che diverse aziende alpestri abbandonino le loro attività è estremamente elevato. Lupi singoli o branchi di lupi si potranno incontrare all’interno o nei pressi degli insediamenti. In effetti, la paura naturale degli umani da parte di un numero sempre crescente di lupi è andata ormai perduta. Aumentano i conflitti nelle aree insediative e per quanto concerne le attività turistiche. Senza contromisure si rischia lo spopolamento accelerato di intere valli e la decadenza di molti alpeggi lungo l’intera area montana. La conseguenza di tutto ciò è un aumento dei pericoli e degli effetti ancora sconosciuti nella difesa dai pericoli naturali.

Il Governo federale è sotto pressione e deve agire a livello di ordinanze per mettere i primi paletti di una regolazione semplificata dei lupi e per rallentare la loro diffusione incontrollata anche negli insediamenti. Inoltre, le finanze federali devono essere aumentate in modo massiccio per compensare le misure di protezione delle greggi, senza però imporre ulteriori oneri ai Cantoni.

 

Il territorio ticinese

La morfologia del territorio del Canton Ticino è molto ben conosciuta, tuttavia un accenno è necessario per introdurre alcuni punti determinanti per quanto verrà trattato in seguito.

Oltre i 500 metri di altitudine si sviluppa circa l’83% della superficie cantonale. Un territorio che, rispetto ad altri Cantoni svizzeri e ad altre regioni di nazioni confinanti, è composto, al di fuori del fondovalle, soprattutto da pendii ripidi, rocciosi e boscati intercalati da brevi pianori prativi (i villaggi su terrazzi e i monti). Ad altezze più elevate sono frequenti avvallamenti di varia estensione dove non mancano, assieme a pascoli utili per la pastorizia, pietraie, rocce, zone arbustive e boscate (in altre parole, gli alpeggi). I dislivelli tra i villaggi, i monti e gli alpeggi sono in genere elevati e questi ultimi sono raramente accessibili tramite strade carrozzabili.

 

Un territorio altamente antropizzato e adatto alla pastorizia

Nonostante questo territorio tanto montagnoso e impervio, nei secoli passati esso è stato in larga misura trasformato dalle attività umane a causa della forte pressione demografica. All’inizio del Novecento in Ticino si contavano ancora circa 400 alpi caricati dove si alpeggiavano ogni estate 11’620 vacche da latte, 29’152 capre, 5’768 pecore e 5’859 bovini giovani (1).

Per la fascia dei monti non vi sono statistiche in merito, ma ricerche locali hanno evidenziato uno sfruttamento intenso fin verso il 1960 (2).

Negli ultimi decenni l’attività pastorizia su questo territorio è diminuita in modo importante, ma rappresenta ancora una possibilità di vita e lavoro per diverse famiglie e soprattutto è apprezzata da molte persone. Attualmente in Ticino gli alpeggi caricati sono ancora 189 sui quali ogni estate pascolano 3’800 vacche da latte, 5’962 capre munte (+3’152 altre capre) e 9’236 pecore adulte (3).

Un territorio molto ricercato e fondamentale nell’ambito del turismo escursionistico, interessante dal punto di vista culturale (un esempio avvincente dell’adattamento dell’uomo in passato a condizioni ambientali estreme), prezioso per la biodiversità che offre e sostenuto finanziariamente dallo Stato (pagamenti diretti agli agricoltori, politica regionale, sostegno per migliorie alpestri e strade forestali). Senza dimenticare i prodotti di grande qualità, spesso caratterizzati da importanti marchi di valenza federale (p. es. Marchio Ticino regio.garantie) che vengono fabbricati sugli alpeggi, ricercati e apprezzati da tutta la popolazione.

Utile è pure rilevare come le dimensioni delle aziende di base e di quelle alpestri siano a misura di questo territorio molto frammentato e limitato.

Nel 2017 la media delle capre munte delle 160 aziende è di 44 capi; quella delle pecore adulte (189 aziende) pure, mentre i 69 alpi caricati con pecore avevano una media di 134 pecore adulte e i 66 alpi di capre munte una media di 86 capi.

Purtroppo l’abbandono di questo territorio da parte dell’uomo è continuato anche negli ultimi vent’anni: il numero degli alpeggi caricati con capre e pecore dal 2009 al 2017 è diminuito del 25% mentre il numero degli animali alpeggiati del 15% circa. Nello stesso periodo il numero delle aziende di base è diminuito del 19%, mentre gli ovini allevati dell’11% e le capre munte del 2% (3).

Così ora a rendere vivo e a occuparsi della cura di questo impervio territorio sono rimasti in pochi: in particolare gli alpigiani che sugli alpeggi caricati con mucche e capre vi trascorrono tutta l’estate seguiti dai responsabili delle capanne alpine, dagli allevatori di ovini non custoditi e dagli addetti alla manutenzione dei sentieri.

 

Espansione del lupo

Il lupo è ricomparso in Ticino nel 2001 dopo 130 anni dall’ultima uccisione, con relativa taglia, dell’ultimo lupo ottocentesco (4).

Dal 2001 vi sono stati soltanto due anni senza predazioni (2002 e 2009).

Nei primi quindici anni si trattava di pochi lupi erranti; dal 2015 invece si è formata anche in Ticino una coppia stabile con la relativa cucciolata annua (Val Morobbia) così che nel 2017 si potevano stimare 11 lupi presenti in Ticino (5).

La situazione sta aggravandosi proprio in questi ultimi anni: nel 2020 si sono contati ben 20 predazioni accertate in Ticino distribuiti in quasi tutti i distretti. Un numero di eventi che non si era mai verificato negli anni passati dovuto verosimilmente all’aumento esponenziale di branchi e lupi erranti nelle regioni confinanti con il nostro Cantone (provincia Verbano-Cusio-Ossola; Cantoni Grigioni, Uri e Vallese) oltre naturalmente al branco della Morobbia.

 

Conflitti con la pastorizia

I dati ufficiali, che comprendono solo una minima parte di ciò che realmente sta accadendo, mostrano che tra il 2001 e il 2020 il lupo in Ticino ha effettuato 99 attacchi e ha predato 364 capi di bestiame domestico di cui il 75% ovini e il resto caprini. Se nel primo decennio i capi predati non raggiungevano la decina, in seguito ci sono stati anni molto più problematici (54 capi nel 2015; 27 nel 2017; 47 nel 2019; 59 nel 2020).

Le predazioni sono avvenute in tutti i mesi dell’anno. Nei mesi primaverili (aprile – maggio) si è avuta una media di 36,5 capi; in estate 37,2 capi mentre in inverno 18 e in autunno una trentina di capi ogni mese (6; Tabella 1 – Predazioni lupo in TI per anno; Tabella 2 – Analisi predazioni 2001 – 2020).

 

Soluzioni sperimentate finora per proteggere le greggi

Prima ancora della predazione iniziale di Monte Carasso, si era costituito in Ticino un Gruppo di lavoro composto da rappresentanti di diversi enti che, con il sostegno della Consulenza agricola e il coordinamento dell’Unione Contadini Ticinesi, aveva svolto un’inchiesta presso 791 allevatori di bestiame minuto (412 i formulari rientrati) conclusa con un rapporto sullo stato dell’arte (7).

Nel 2003 il Cantone aveva dato mandato al sig. Piermaria Piattini di svolgere una ricerca di più ampio respiro nell’ambito del “Service romand de vulgarisation agricole”. Anche in questo caso si erano svolte delle inchieste, raccolti numerosi dati sulle aziende, promossi dei seminari e ipotizzato delle soluzioni (8).

Una breve sintesi della ricerca era stata pubblicata nel 2005 con alcuni consigli per gli allevatori (9).

Nel 2003 era stato istituito anche il Centro di competenza greggi Ticino (Cecoti) la cui coordinatrice è stata la signora Chiara Solari Storni che ha operato fino al 2008 in collaborazione con il Coordinamento protezione greggi in Svizzera (vedi rapporti annuali).

In questo ambito dal 2002 al 2008 era stato sperimentato sugli alpi del Patriziato di Preonzo un alpeggio collettivo custodito da un pastore con cani da conduzione raggruppando oltre 500 ovini di 15 diversi proprietari. Predazioni non ve ne erano state, anche perché il numero di lupi era molto più basso di oggi, tuttavia le perdite di animali non erano state inferiori a un alpe non custodito mentre le difficoltà di gestione e di carattere finanziario erano risultate parecchie.

Ancora nel 2014 il Cantone e la Confederazione avevano dato mandato ad Agridea di svolgere una ricerca sulle possibili misure di protezione che si potrebbero mettere in atto nei vari tipi di gestione dei piccoli ruminanti in Ticino. Ricerca condotta dal sig. E. Nucera e collaboratori negli anni successivi su 20 aziende e 20 alpeggi (10), che ha dimostrato come 2/3 degli alpeggi considerati non sia proteggibile con delle misure di protezione delle greggi applicabili e efficaci.

Infine, un esame di tutte le aziende ticinesi da parte di un collaboratore della Consulenza agricola per valutare la proteggibilità delle stesse e le possibili misure da adottare è in fase di attuazione.

 

Tutto ciò che è stato ideato e esperimentato in questi primi 20 anni di presenza del lupo in Ticino e in Svizzera si basa sul principio che il lupo è un animale strettamente protetto (Convenzione di Berna del 1979) e che quindi l’unica soluzione per evitare predazioni è quella di proteggere le greggi da eventuali attacchi.

 

Gli obiettivi principali della Strategia Lupo Svizzera (11) sono infatti due:

  • creare le premesse necessarie affinché i lupi in Svizzera possano vivere e riprodursi come parte di una popolazione alpina;
  • impedire che la presenza del lupo comporti restrizioni inaccettabili nell’ambito dell’allevamento convenzionale e tradizionale di animali da reddito (raccomandazione del Consiglio nazionale del 2003).

 

Data la gestione dell’allevamento in Ticino che, come si è visto, si adatta perfettamente alla morfologia del territorio, questi due obiettivi si sono dimostrati inconciliabili. Infatti, finora, la Confederazione e il Cantone hanno proposto e in parte finanziato essenzialmente tre tipi di protezione:

 

  • L’allestimento di recinzioni elettrificate mobili (12).

L’esperienza pratica ha confermato in modo inconfutabile che ciò è possibile su poche aziende di fondovalle e su nessun alpeggio. Da aggiungere che eventi accaduti sia nel nostro Cantone che fuori di esso, hanno dimostrato che una recinzione elettrificata normale non protegge in modo efficace dal lupo. Significativo che nel novembre 2018 un lupo ha predato ovini all’interno di un recinto elettrificato montato a regola d’arte, mettendo in fuga le altre pecore, sul Piano di Magadino.

 

  • L’impiego di cani da protezione (13).

Anche in questo caso, le esperienze condotte finora hanno dimostrato che questa misura può essere applicata in pochissimi casi: presuppone la presenza continua di un pastore, una buona predisposizione dell’allevatore a interagire con i cani (non tutti i cani, anche se formati, in pratica si dimostrano adatti e efficaci; non tutte le persone sono in grado di gestire dei cani da protezione), la risoluzione di molti problemi soprattutto in rapporto ai turisti e al vicinato e, non da ultimo, un impegno finanziario non indifferente (14). Non è un caso se sono pochi in Ticino i gestori che hanno adottato questa soluzione. Alcuni di essi hanno persino desistito dopo alcuni anni di esperienze negative e a seguito di problemi di carattere giuridico. Infine ricordiamo che il cane da protezione permette di ridurre il numero dei capi predati, ma non li elimina del tutto.

 

  • La chiusura notturna delle greggi in stalla o in recinti a prova di lupo.

È una misura praticata dagli allevatori fin dalle prime predazioni negli anni 2000 anche se poco propagandata e sostenuta finanziariamente dalle autorità. È senz’altro efficace, ma presenta anch’essa grossi limiti. Sugli alpeggi non vi sono stalle adatte e le recinzioni possono essere fatte solo per gli ovini custoditi. Anche in questi casi, come si è verificato in Val Canaria durante l’estate 2019, è difficile trovare un terreno adatto. L’utilizzo ripetuto del medesimo recinto comporta la propagazione di malattie infettive, gli animali non possono pascolare di notte, a volte animali e pastori sono costretti a compiere lunghe e faticose trasferte giornaliere per raggiungere i pascoli e per rientrare nel recinto e la loro qualità di vita ne soffre. Per gli alpeggi con capre da latte, vi è il grosso problema aggiuntivo che per una buona produzione, le capre devono poter pascolare di notte, quando la temperatura è inferiore. In caso contrario, la produzione diminuisce e la salute degli animali ne risente. Durante la primavera e l’autunno è soluzione sempre più praticata, tranne che per le capre in asciutta, ma aumenta il carico lavorativo dell’allevatore, diminuisce la qualità di vita e la salute degli animali e non risolve il problema delle predazioni diurne.

 

La conclusione che si può trarre è che queste misure finora provate risultano per molte aziende inefficaci, finanziariamente insostenibili, inconciliabili con la morfologia del territorio e con la dispersione degli allevamenti e persino dannose per il benessere e la qualità di vita di animali e allevatori.

Una conclusione confermata anche in un documento recente della stessa Confederazione (15). I lupi predano ogni anno tra le 300 e le 500 pecore e capre. I loro attacchi colpiscono anche greggi protette da recinzioni o cani da protezione delle greggi dato che i lupi sono in grado di imparare come aggirare le misure di protezione.

 

Conclusioni

Per quanto riguarda il Canton Ticino si possono senz’altro riprendere le conclusioni espresse in occasione del Convegno citato (3):

  • Il settore ovicaprino è importante per le regioni di montagna.
  • Crea valore aggiunto a livello economico con i suoi prodotti quasi unici e di grande sostenibilità.
  • Concorre a mantenere famiglie attive sul territorio nelle regioni periferiche.
  • Frena l’avanzamento del bosco a vantaggio del paesaggio e della biodiversità.
  • Fa parte della tradizione e della nostra importante cultura rurale.

 

D’altra parte le conclusioni dello studio di Agridea (10), non lasciano spazi a molti dubbi sull’impossibile convivenza tra allevamento tradizionale ed espansione dei grandi predatori in Ticino:

  • Solo il 30% delle aziende visitate può proteggere efficacemente i propri animali senza adattamenti importanti.
  • Alpeggi a pecore: 90% degli alpeggi (60% degli ovini) non è custodito. Greggi troppo piccole per finanziare un pastore attraverso contributi d’estivazione.
  • Il periodo a rischio si protrae tutto l’anno ad esclusione del periodo invernale.
  • L’autunno è a rischio in particolare per le capre da latte in asciutta. Contatti meno frequenti, non ci sono più pastori, pascolo in zone morfologicamente difficili.

 

 

Proposte operative

Come primo punto riteniamo necessario esaminare se, nell’ambito della legislazione nazionale sulla caccia e in considerazione del dinamico sviluppo e della diffusione della popolazione di lupi, la sicurezza e gli interessi dei Cantoni coinvolti con la loro agricoltura di montagna e alpestre siano salvaguardati. In particolare per quanto riguarda:

  • le disposizioni e i regolamenti federali molto restrittivi,
  • il rapido aumento della popolazione di lupi in Svizzera,
  • le crescenti esigenze per quanto riguarda la protezione delle greggi e il conseguente abbandono delle aree di pascolo,
  • la crescente diffusione e presenza di lupi attorno e all’interno degli insediamenti. Oggi, mancano delle disposizioni di legge che consentano una rimozione rapida dei lupi.

 

Considerato quanto fin qui descritto, si propone al Consiglio di Stato di studiare anche soluzioni maggiormente incisive. In particolare è incaricato di:

 

  1. Sollecitare il Consiglio federale, in collaborazione con altri Cantoni, altrettanto toccati dal fenomeno, e con la Deputazione ticinese alle Camere federali affinché la richiesta di declassare il lupo da specie strettamente protetta a protetta già inoltrata dal Consiglio federale al Comitato permanente della Convenzione di Berna il 16 agosto 2018 sia affrontata ed evasa positivamente. Data l’espansione del lupo in tutti gli stati europei non vi è più nessuna ragione per mantenere la protezione assoluta del lupo decretata nel lontano 1979, quando la situazione era ben diversa da oggi.

 

  1. Richiedere al Consiglio Federale di adattare la legislazione in vigore sulla caccia, tenendo conto delle previsioni future per quanto riguarda le popolazioni di lupi e per salvaguardare la sicurezza della popolazione interessata.

 

  1. Aumentare l’aiuto finanziario del Cantone per sostenere maggiormente gli allevatori in occasione delle prevedibili future predazioni, attualmente non coperte da aiuti (spese per: foraggiamento straordinario, chiusura notturna delle greggi in stalla, scarico anticipato degli alpeggi, assunzione di un secondo pastore, ecc.).

 

  1. Richiedere alla Confederazione che venga ripristinato il Gruppo di pronto intervento già sperimentato negli scorsi anni che agiva con cani da protezione nel caso di attacchi sugli alpeggi.

 

  1. Fintanto che il Progetto di pianificazione delle misure di protezione degli alpeggi e di mappatura delle zone di vago pascolo in Ticino non sia concluso, farsi promotore verso la Confederazione affinché tutti gli alpeggi caricati con ovini non custoditi e gli alpeggi caricati con caprini, siano definiti “non proteggibili”.

 

  1. Ben coscienti che il lupo crea problemi ovunque dove vi sono animali al pascolo, considerata la particolare situazione del Ticino (zone particolarmente impervie, greggi di piccole dimensioni, vago pascolo) ripresentare alla Confederazione un’istanza affinché in Ticino, come già raccomandato dal Gran Consiglio nel lontano 2010, siano “definiti in tempi brevi differenti gradi di sensibilità del territorio al ritorno del lupo e che di conseguenza vengano stabilite soglie d’intervento differenziate, molto più sensibili e rapide per il nostro Cantone” (16).

 

  1. Infine, considerato come anche in Svizzera i lupi tendono ad avvicinarsi sempre più alle abitazioni, alle fattorie e alle vie di comunicazione nonché a spostarsi anche di giorno dimostrando di aver perso la loro natura selvaggia e il timore per l’uomo, dare inizio, in collaborazione con le Autorità federali, agli approfondimenti necessari per verificare l’applicabilità delle seguenti misure attive:
  • Tiri di inselvatichimento.

In Francia questa forma di dissuasione viene denominata “tirs d’effarouchement”. Si tratta di permettere ai guardiacaccia e agli allevatori designati il tiro con pallottole non letali allo scopo di allertare in maniera attiva il lupo a non avvicinarsi alle greggi al pascolo e agli abitati e a desistere dalle predazioni. È stato appurato che grazie a un’intelligenza spiccata il predatore percepisce rapidamente la situazione e desiste altrettanto rapidamente dall’avvicinarsi a zone abitate o a greggi. Il Governo è quindi sollecitato a chiarire la compatibilità di questa opzione con l’Ordinanza della Legge sulla caccia e se del caso a chiederne un emendamento e ad allestire le basi legali e i dispositivi necessari a questo tipo di intervento.

  • Tiri di contenimento.

Secondo modifiche mirate alla Legge federale sulla caccia e alle relative ordinanze, dovrebbe essere possibile procedere a operazione di contenimento della popolazione di lupi stanziali. Il Governo è quindi sollecitato a porre le condizioni per un monitoraggio a tappeto e a un censimento capillare dei predatori in circolazione. Il Governo è altresì invitato ad allestire un dispositivo legale per questo tipo di intervento.

 

  1. Sempre con lo scopo di tener lontano i lupi dai greggi al pascolo, si propone di dare mandato a un istituto di ricerca designato affinché approfondisca la fattibilità della invenzione e della messa in atto di nuovi mezzi tecnologici di dissuasione. La posa di dissuasori visivi e acustici già sperimentata da anni in Francia ha dimostrato una certa efficacità soltanto a breve termine. I lupi in genere si abituano facilmente a questi tipi di disturbo e con il trascorrere del tempo non servono a tenerli lontani dalle greggi (17). Sarebbe quindi interessante ideare e testare altri mezzi tecnologici che possano essere di dissuasione a un eventuale attacco alle greggi.

 

Firmatari: Sem Genini, Sergio Morisoli, Lea Ferrari, Sara Imelli, Fabio Schnellmann, Giovanni Berardi, Eolo Alberti, Sabrina Gendotti, Alessandro Speziali, Mauro Minotti, Roberta Soldati, Omar Terraneo, Lorenzo Jelmini, Giacomo Garzoli, Aron Piezzi, Daniele Pinoja, Luigina La Mantia, Alessandro Gnesa, Fabio Battaglioni

 

 

 

 

Letteratura citata:

  • Merz, Gli alpi del Canton Ticino, Soletta, 1911.
  • Donati, Monti, uomini e pietre, ed. Dadò, 1992.
  • Ferrari, L’allevamento ovicaprino in Ticino negli ultimi vent’anni: potenzialità e criticità; relazione al Convegno del 25 novembre 2017 quale futuro per l’allevamento ovicaprino in Ticino?
  • Barelli, Lupi, orsi,linci e aquile, ed. Jam, 2005.
  • Celio, L’espansione del lupo e le relative conseguenze; relazione al Convegno del 25 novembre 2017 quale futuro per l’allevamento ovicaprino in Ticino?
  • Dati Ufficio caccia e pesca, rielaborati (vedi tabella 1 e tabella 2, allegati).
  • VV. Metodi di custodia e perdite di bestiame nel Canton Ticino (Svizzera), 2000.
  • Piattini, Allevamento ovi-caprino e ritorno del lupo nel Canton Ticino, 2004.
  • Piattini e C. Solari, Vivere con il lupo, 2005.
  • Analisi strutturale per la messa in opera di misure di protezione delle greggi in Ticino, 2017.
  • UFAM Strategia Lupo Svizzera. 2016 (aggiornamento allegati 2018).
  • VV. Recinti di protezione contro il lupo (scheda tecnica), ed. Agridea, 2013.
  • UFAM, Aide à l’exécution sur la protection des troupeaux, 2019.
  • Testimonianze di E. Monaco e M. Cominelli al Convegno del 25 novembre 2017 quale futuro per l’allevamento ovicaprino in Ticino?
  • Il lupo in Svizzera, Scheda informativa, UFAM, 27.02.2020.
  • Rapporto della Commissione speciale bonifiche fondiarie dell’8 marzo 2010. 6046 R 6083 R.
  • Revelin, Les enjeux du pastoralisme face aux loups, Editions 7, 2017, cap. 13.

 

 

 

IL LUPO NON LI PREPARA I FORMAGGINI FRESCHI

Gioele Maddalena, ingegnere ambientale ETH e pastore per passione

Quando si cerca di convincere le persone, bisognerebbe dire le cose come stanno. Nel caso della revisione della legge sulla caccia, la campagna dei contrari presenta degli elementi di disinformazione a dir poco evidenti. Chiaro: affiggere ad esempio dei manifesti in centro Zurigo raffiguranti linci, lontre o castori coperti da mirini fa effetto, ma semplicemente non è corretto. Si tratta di un tentativo di guadagnare il voto di chi ama gli animali, ma non ha tempo di leggere il testo in votazione.

Il fatto è che verrà di sicuro più colpita questa categoria di persone (da questo tipo di propaganda) che non le linci, le lontre o i castori dei nostri boschi, dato che la nuova legge non li nomina nemmeno. Cosa bisognerebbe comunicare ai votanti allora? Beh, innanzitutto che le specie soggette a regolazione saranno solamente due: lupi e stambecchi (quest’ultimi, oltretutto, solo nel caso in cui le colonie superassero i 100 individui…). Tutto il resto è pura speculazione. Certo, al Consiglio Federale viene data facoltà di aggiungere altre specie problematiche, come è il caso dei cigni reali, menzionati nell’ordinanza, ma questo soltanto se problematiche un giorno lo fossero realmente. A seguito delle discussioni parlamentari, il Governo ha concluso che rimanendo così la situazione nessun’altra specie può essere definita tale. Insomma: l’intera campagna dei referendisti si basa su un processo alle intenzioni secondo cui, appena passata la legge, il Consiglio Federale introdurrà arbitrariamente ogni sorta di specie protetta nella lista delle specie regolabili. Bisogna davvero avere così poca fiducia nel nostro Governo? Chiaramente, questa prospettiva è già stata smentita a più riprese dalle nostre autorità politiche. Le regolazioni, per di più, non potranno essere eseguite a piacimento, bensì saranno soggette a determinate, precise, restrizioni, che si possono facilmente trovare all’interno dell’ordinanza.

In modo particolare per il lupo, ritengo che facilitare i criteri per la regolazione dei branchi e l’abbattimento di esemplari problematici sia assolutamente necessario. A beneficio di chi alleva animali, e considerato l’attuale contesto storico e geografico svizzero.
Ci troviamo in una situazione in cui il numero di lupi sta aumentando in maniera spropositata (l’immagine presente nel fascicolo informativo per la votazione è emblematica: sfido chiunque a provare che l’evoluzione del numero di lupi in Svizzera sia tipica di una specie a rischio estinzione), mentre la legge attuale risale addirittura al lontano 1986, quando il lupo era estinto nel nostro paese.

Mi sembra francamente abbastanza evidente che le soluzioni di allora non possano più essere le stesse di oggi. Anzi: stando alla regolamentazione attuale, se un lupo entrasse nella mia stalla dovrei “augurarmi” che mi uccida almeno 25 capi (24 animali uccisi, secondo la legge attuale, non sono considerati un danno!), altrimenti la volta successiva dovrei ancora star lì a guardare, sperando che sia lo stesso lupo di prima. Infatti, per procedere all’abbattimento bisogna prima dimostrare, tramite analisi DNA, che le predazioni siano state effettuate tutte dallo stesso lupo. Ma come se non bastasse, non sempre le carcasse vengono ritrovate subito, dato che i pascoli sono ampi e talvolta non facilmente praticabili. E purtroppo su un pezzo di gamba mezzo marcio, scoperto magari per caso dopo 4 giorni di ricerche a seguito della scomparsa del capo, non si possono fare grandi analisi. Con tanti saluti alle buone intenzioni della legge attualmente in vigore ritenuta sufficiente dai contrari alla revisione.

Sarebbe quindi opportuno cambiare finalmente qualcosa: questa nuova legge non sarà perfetta, ma perlomeno ha il merito di rendere più confacente alla situazione attuale un testo palesemente superato. Una presenza stazionaria di lupi su tutto l’arco alpino sarebbe un problema enorme per chi, mosso spesso dalla passione per un’attività contadina… in via d’estinzione, cerca con tanti sforzi di far vivere le nostre montagne grazie agli alpeggi.

Trovo inoltre molto importante considerare la pecora o la capra alla stregua di un animale domestico, perché è esattamente così che le vede un allevatore: ognuna possiede un proprio carattere e una propria personalità, esattamente come un qualsiasi cane o gatto. E credo che nessuno voglia alzarsi una mattina e scoprire che il proprio gattino è stato smembrato da un lupo. A questo punto qualcuno mi dirà: ma avresti dovuto proteggere il tuo gregge. Beh, sì, ma come? Ci sono situazioni in cui le soluzioni usualmente proposte non sono facili da mettere in atto. Recintare a 2000 metri non è come recintare il proprio giardino di casa in città per ovvie ragioni morfologiche e di estensione dell’area. La cura del gregge è problematica dato che solitamente le capre decidono di andare al pascolo di notte quando fa più fresco (non vorranno mai farlo sotto la stecca del sole, non sono mica stupide!). I cani pastore possono funzionare solo se c’è chi li sa custodire e se la zona non è troppo turistica, onde evitare problemi con gli escursionisti che potrebbero venire attaccati dai cani, così come successo nella cronaca recente nella regione della Greina. Ma anche qui mi sorge un dubbio: non sarà mica un po’ un controsenso dover adottare delle soluzioni contro le soluzioni al problema lupo?

Trovo quindi che dei paletti debbano essere fissati, dato che la bellissima idea romantica delle nostre montagne come una sorta di “giardino dell’Eden” in cui tutte le specie riescono a convivere pacificamente si scontra un po’ con la dura realtà. La realtà, infatti, ci dice che una convivenza può essere raggiunta solo attraverso l’introduzione di normative che permettano a chi lavora lassù di continuare a farlo. L’adozione di questa legge va proprio in questo senso. L’obiettivo non è quello di sterminare delle specie, che comunque restano protette: a più riprese, in effetti, si sottolinea il concetto che la regolazione o l’abbattimento non devono mettere a rischio la presenza, nell’arco alpino, della specie considerata.
Piuttosto che di una legge per l’abbattimento, quindi, mi sembra si tratti di una legge che cerca un modo per far convivere gli interessi animali e gli interessi umani in uno spazio così ristretto, e per questo va sostenuta.

Per concludere, un appunto che spero faccia riflettere. Negli ultimi anni si è parlato molto dell’aumento della mentalità verde. In quanto giovane e studioso di una materia in cui l’ambiente è centrale, mi ritrovo a mio agio con questo pensiero. Nell’ottica di un futuro sostenibile bisognerebbe quindi, fra le altre cose, sostenere il commercio locale a km zero. Questa legge oggi ci offre un modo per farlo, perché contribuirebbe, in modo indiretto, alla sopravvivenza delle piccole aziende famigliari presenti sul nostro territorio. Piccole aziende che sarebbero le prime a non potersi permettere misure spropositate di protezione, e di conseguenza le prime a scomparire.

Votando SÌ a questa revisione di legge, si potrebbe evitare che, in un futuro, i formaggini freschi nostrani siano soltanto quelli industriali dei grandi magazzini.