Quando le autorità si interessano di lupi

Mentre scrivo queste righe, la presenza del lupo in Ticino sembra meno problematica di altri momenti: dopo le predazioni a Campo Valmaggia del mese di dicembre e a Brione S. Minusio in febbraio, non vi più state segnalazioni né di avvistamenti né di predazioni.
Ma non metterei la mano sul fuoco che fra una decina di giorni, quando uscirà l’articolo sull’Agricoltore ticinese, la situazione potrebbe essere precipitata.
I lupi che arrivano in Ticino, prevalentemente dall’Italia, sono assolutamente imprevedibili: improvvisamente arrivano, sbranano e poi si spostano a decine o centinaia chilometri di distanza dove ripetono le stesse azioni. Per gli allevatori quindi una condizione di grande incertezza. L’unico aspetto costante del comportamento dei lupi vaganti che giungono da noi sembra essere il ritorno sul luogo della predazione la notte seguente il primo attacco.
Che fare quindi ora che pecore e capre attendono impazienti di uscire per gli ambìti pascoli primaverili ed estivi ?
Probabilmente poco. Stare all’erta e, alla prima comparsa, cercare di mettere in difficoltà l’indesiderato predatore. Pur non essendo un esperto di lupi, sono convinto che come per altri animali selvatici, la presenza attiva dell’uomo lo disturba e lo convince a cambiare aria.
Naturalmente il problema si riproporrà altrove.
Per questo sono fondamentali le azioni a livello istituzionale che varie organizzazioni agricole stanno conducendo proprio in questi mesi sia in Svizzera sia nelle nazioni a noi vicine (Francia e Italia in particolare) dove i branchi si contano a decine, i lupi a centinaia e i capi predati a migliaia !
In Svizzera il Consiglio federale lo scorso mese di giugno ha messo in consultazione la nuova Strategia lupo che avrebbe dovuto sostituire quella del 2008.
In pratica non cambiava nulla: rimaneva in vigore la regola che un lupo può essere ucciso se nello spazio di un mese ha predato 25 capi o 35 in quattro mesi, ma poi seguivano diverse altre condizioni da ossequiare per cui in effetti l’eliminazione legale diventa impossibile.
Perciò le critiche rivolte al documento sono state moltissime, anzi diversi enti sia a livello federale (l’Unione svizzera dei contadini, il SAB, le Federazioni di allevamento ovino e caprino) che cantonale (l’UCT, la Federazione dei consorzi) hanno respinto senza appello il progetto.
Pure alcuni cantoni, compreso il nostro, hanno affermato chiaramente che la Strategia lupo come impostata finora è difficilmente applicabile al nostro sistema di gestione del bestiame minuto e non potrà permettere un futuro all’allevamento di montagna.
D’altra parte nel corso del 2014 le Camere federali hanno accolto la mozione del consigliere nazionale grigionese Engler che chiedeva al Consiglio federale di presentare un progetto di revisione della legge federale sulla caccia finalizzato alla regolazione delle popolazioni di lupi.
A seguito della disastrosa consultazione e della mozione Engler, la consigliera federale signora Leuthard ha ritirato la nuova Strategia lupo (..chissà quante ore avevano dedicato i funzionari federali alla preparazione del documento !) e ha messo in consultazione la revisione dell’Ordinanza sulla caccia.
Anche in questo caso, le prese di posizione degli enti citati sono state decisamente negative, poiché la revisione si basa sul principio che il lupo potrà essere cacciato quando in Svizzera saranno presenti un numero di branchi tali da assicurare la sopravvivenza della specie.
Idea da respingere con forza, poichè l’esperienza della Francia ci indica che quando la diffusione ha raggiunto lo stadio del branco, anche eventuali azioni di contenimento non riescono a limitare un’ulteriore espansione (in Francia nel 2014, nonostante permessi di abbattimento in alcuni dipartimenti alpini, il numero di lupi è aumentato del 30 % e gli animali predati sono stati 9’033).
Queste due consultazioni hanno dimostrato che quando le organizzazioni agricole e quelle che sostengono le popolazioni di montagna agiscono in sintonia qualche risultato sia a livello istituzionale che di sensibilizzazione viene raggiunto.
Perciò se vogliamo assicurare un futuro al nostro allevamento tradizionale di bestiame minuto occorre agire puntualmente sul terreno, ma pure a livello legislativo. In Svizzera probabilmente la situazione non è ancora sfuggita di mano alle autorità e quindi qualche speranza di riuscire a contenere il numero di lupi può ancora essere cullata.
Ma occorre mantenere alta la pressione e continuare ad agire con determinazione.

Armando Donati

In Svizzera sta nascendo una voce forte e unita contro i grandi predatori

Il signor Donati nell’articolo “quando le autorità si interessano di lupi” è stato un cattivo profeta; proprio di oggi la notizia della predazione da parte di un lupo di diverse pecore e/o capre in val Malvaglia, un territorio non toccato in precedenza dalla presenza di questo feroce animale.
Il titolo dell’articolo non è solo un grido di speranza siccome sembrerebbe che la politica e le istituzioni abbiano effettivamente smesso di nascondersi dietro ad un dito per cercare di accontentare tutti, delegando e rinunciando ad assumersi delle responsabilità per effettuare dei progetti in merito.
Questa nuova via si rispecchia in recenti atti parlamentari e mozioni accettate da entrambe le camere che mirano a modificare lo statuto di protezione dei grandi predatori, nell’unità di opinioni e intenti delle principali associazioni Svizzere di categoria coinvolte e nell’intenzione di unire le forze in un’associazione nazionale unica avente delle sezioni cantonali.
La volontà politica delle Camere Federali non incentiva una diffusione dei predatori in Svizzera, quindi essa deve venir messa in pratica velocemente ossequiando i vincolanti mandati parlamentari. Purtroppo però i nuovi concetti di gestione proposti a scadenze regolari sono sempre uguali, creano sforzi di tempo e finanziari elevatissimi e trattano la problematica unilateralmente tralasciando completamente il punto di vista degli animali da reddito. Essi sono paradigmatici e vengono vissuti dai diretti interessati come un’imposizione inaccettabile da parte di persone e movimenti che, non vivendo la realtà direttamente in loco, vogliono imporre dalle loro comode scrivanie un’ideologia ambientalista tipicamente urbana e completamente inadeguata a capire e affrontare la realtà locale giornaliera, distorcendo e strumentalizzando concetti come natura, biodiversità e cultura del territorio.
Il ritorno dei grandi predatori desta grande preoccupazione agli allevatori, mentre per una nutrita cerchia di funzionari, ambientalisti e protezionisti a oltranza, l’evento è motivo di spensierato valore naturalistico, dove responsabilità civile e buon senso sembrano ormai andati perduti. Capre, pecore, mucche e pastori sono lo specchio della civiltà pastorale che sopravvive e testimonia lo stretto legame anche affettivo con il territorio e la tradizione, ed è paradossalmente una delle attività agricole più rispettose della biodiversità e dove vengono prodotti ecosistemi di valore.
Non è accettabile che un lupo valga più di 25 pecore, che, oltretutto danno anche un valore aggiunto. Non è giusto ridicolizzare chi ha paura per il suo futuro, puntandogli il dito contro e accusandolo erroneamente di essere inerte e non attuare misure di protezione, che poi nella maggior parte dei casi si sono rivelate improponibili, inefficaci e nel contempo diffondere la favola di una possibile convivenza all’interno degli stessi spazi tra animali al pascolo e grandi predatori.
Per contrastare questa miope visione, diverse forze politiche e istituzionali si stanno unendo per creare l’associazione territorio senza grandi predatori (ATsenzaGP). La gestione a livello Svizzero sarà assunta dal Gruppo Svizzero per le Regioni di Montagna (SAB), mentre in parallelo si stanno formando diverse sezioni cantonali (Grigioni, Vallese, Friborgo, S. Gallo, Berna, Svitto, Zurigo). In Ticino diverse associazioni (ALPA, FTCI, Montagna viva, STEA, ADP, Federazione Ticinese Consorzi allevamento Caprino e Ovino, enti regionali di sviluppo, UCT, …) che rappresentano o sono vicine al settore primario, quello (più) colpito dal ritorno dei grandi predatori, stanno unendo le loro forze per essere più efficaci nell’azione e per cercare di arginare una situazione difficilissima. La grossa preoccupazione è che la situazione degeneri e diventi come quella degli ungulati, dove nel momento in cui ci si è chinati effettivamente sul problema i buoi erano ormai fuori dalla stalla. Non mettiamo a repentaglio una cultura secolare e la sopravvivenza della pastorizia tradizionale.

Sem Genini, segretario agricolo UCT